Le recenti elezioni della Federazione Italiana Sportiva Calcio Tavolo (FISCT), che si sono svolte lo scorso 18 dicembre, hanno consegnato un dato molto chiaro e, allo stesso tempo, piuttosto scomodo: da una parte la conferma, seppur di misura, del presidente uscente Pietro Ielapi; dall’altra una fotografia piuttosto nitida di una federazione divisa, dove quasi metà dei votanti avrebbe voluto, per motivi diversi, imboccare un’altra strada. È un risultato che non si può né festeggiare come un trionfo né archiviare come una semplice fisiologica alternanza di sensibilità. È un segnale, e andrebbe letto come tale.
Il primo elemento positivo da sottolineare è la grande partecipazione al voto da parte dei soci aventi diritto. In un movimento spesso accusato di disinteresse, apatia o delega, vedere così tante realtà confrontarsi tra di loro e prendersi la briga di esprimere una preferenza è un dato importante, che certifica almeno una cosa: i tesserati e i soci vogliono prendersi la responsabilità e sentono evidentemente il dovere di dire la propria. Sarebbe un errore enorme disperdere questa energia.
Proprio per questo, il nuovo direttivo è chiamato subito a un compito che viene prima di ogni progetto tecnico, agonistico o promozionale: ricucire. Ricucire gli strappi evidenti, le fratture nate e alimentate in questi mesi, le diffidenze reciproche che sono emerse in campagna elettorale e, soprattutto, nelle settimane precedenti. Se il risultato elettorale racconta di due blocchi quasi equivalenti, il rischio è quello di trasformare ogni decisione futura in un referendum permanente tra “noi” e “loro”. Sarebbe la fine del movimento, non l’inizio di una nuova fase.
Per lo stesso motivo, sarebbe miope relegare chi si è candidato in contrapposizione alla lista vincitrice al ruolo di semplice “opposizione” esterna. Persone che hanno deciso di esporsi, presentare un programma, rendersi disponibili a dedicare tempo, idee e competenze alla crescita del movimento, andrebbero considerate come una risorsa, non come un problema. L’auspicio è che, al netto delle differenze anche profonde emerse in questi mesi, si trovi il modo di coinvolgere almeno una parte di queste energie in percorsi concreti. Non per creare un minestrone indistinto, ma per evitare che una fetta così consistente di tesserati si senta definitivamente esclusa e si limiti, d’ora in avanti, a osservare e criticare da bordo campo.
C’è poi un altro tema che non si può far finta di ignorare: la credibilità del movimento. Nei mesi scorsi il dibattito si è spesso spostato sui social, dove tra illazioni, accuse, veleni più o meno espliciti e toni costantemente sopra le righe, l’immagine complessiva della FISCT non ne è uscita certo rafforzata. Questo tipo di conflitto permanente ha lasciato segni profondi, all’interno e all’esterno. Non basta una proclamazione di risultati a cancellare tutto. Bisogna avere l’onestà di riconoscerlo e la volontà di lavorare per ricostruire una reputazione seria e riconoscibile, parlando con i fatti e riducendo al minimo le sceneggiate virtuali.
In questo quadro, la comunicazione interna diventa un tema centrale. Se le urne consegnano un risultato così divisivo, vuol dire che, negli ultimi anni, molte scelte, percorsi e prospettive non sono state percepite in modo chiaro da una parte consistente dei tesserati. In alcuni casi, probabilmente, si è dato per scontato che tutti sapessero cosa si stesse facendo e perché lo si stesse facendo. Evidentemente non è andata così. È arrivato il momento di passare a una reale condivisione dei percorsi, delle motivazioni e delle priorità e, a tal proposito, serve una strategia chiara, continuativa e trasparente, che metta i tesserati in condizione di sentirsi parte di un progetto, non semplici spettatori.
Sul tavolo, nei prossimi mesi, ci sono poi questioni che non esito a definire epocali: il rapporto con la LND, il percorso verso un riconoscimento ufficiale più forte, la questione arbitrale, solo per citarne alcune. Sono temi che richiedono una linea condivisa, spirito di collaborazione e, soprattutto, la capacità di spiegare a tutto il movimento cosa si sta facendo, con quali obiettivi e quali possibili conseguenze. Lo dico da persona coinvolta in prima persona in questo tipo di dialoghi e convinta che la strada dell’integrazione con il mondo federale possa rappresentare un’opportunità concreta di crescita, a patto che venga gestita con serietà, realismo e senso di responsabilità.
Il voto, da questo punto di vista, non deve essere interpretato come un punto di arrivo, ma come la base da cui ripartire. Il senso di partecipazione che abbiamo visto in queste elezioni può e deve diventare un punto di forza, non un’altra occasione per dividersi. Il cammino sarà complicato, soprattutto all’inizio, perché ciò che è avvenuto negli ultimi mesi ha lasciato strascichi evidenti: rapporti personali logorati, fiducia incrinata, percezione esterna confusa. Fingere che non sia successo nulla sarebbe l’errore più grande.
È tempo di rimboccarsi le maniche. Tutti. Chi ha vinto, perché ha il dovere di governare tenendo conto anche di chi non lo ha votato. Chi ha perso, perché, dopo tanto proselitismo, richieste di cambiamento e rivendicazioni, ora ha l’occasione di dimostrare se la priorità è davvero il bene del movimento o solo la propria posizione personale. Da qui in avanti, chi sceglierà di non impegnarsi, o peggio tornerà ad attaccare in maniera sterile e distruttiva, da una parte o dall’altra, difficilmente potrà continuare a raccontarsi come “voce critica per amore del movimento”. A un certo punto, le maschere cadono. E per il Subbuteo italiano, forse, è arrivato il momento di smettere di recitare e ricominciare a giocare sul serio.
In conclusione, faccio i miei migliori auguri di buon lavoro al Presidente eletto, Pietro Ielapi, e alla sua squadra, Andrea Ciccarelli, Mauro Salvati, Cecco Colossi, Daniele Della Monaca, Fulvio Miotti e Paolo Talarico per questi quattro anni di attività, nel segno della continuità e dell’innovazione.